TIRIAMO FUORI LE PAROLE. La violenza sulle donne ci riguarda. Parliamone.

Cronaca di un progetto di prevenzione e formazione di contrasto alla violenza di genere con un gruppo di insegnanti e studenti maschi.

I MATTINO: disarmare le parole 

Cosi ci siamo incontrati. Non è stato semplice, i timori di sentenze già pronunciate e di imputati alla sbarra scoraggiavano. In aula al terzo piano dell’Istituto superiore ‘Sraffa’ di Brescia. Le sedie in cerchio.Loro in tredici, dai 18 anni ai 20, noi in sette. Insegnanti perlopiu’, quelli che li vedono ogni giorno. Solo maschi. A parlare di violenza sulle donne e di quel che accade e perchè. Attraversando come una frontiera il testo di Serena Dandini siamo entrati in una trincea di storie di madri, di compagne, di figlie e di sorelle che hanno tirato fuori le parole. Ferite a morte, accoltellate,bruciate, soppresse, dimenticate, stuprate dalla nascita. Ogni parola un grembo. Per cercarne se ci si riusciva, le ragioni di un massacro. Senza altre armi che quelle di imbastire pensieri, affondando anche nelle nostre ferite,provando a mettere al mondo domande che prendessero il posto della cieca furia,e celebrare una tregua. Abbiamo incontrato il potere di linguaggi che uccidono come lame, le genealogie al maschile quando ingabbiano e mortificano, il ruolo del branco che trascina e obbliga alle turpitudini in nome di una appartenenza,l’orgoglio che si fa coercizione fino all’olocausto, l’arte difficile di separarsi da apprendere ugualmente a quella di incontrarsi, il senso del possesso e i retaggi bestiali del clan, la goliardia che manda in pappa l’intelligenza. In mezzo a quella furia di emozioni, c’è stato spazio per avvicinarsi a noi, sfiorare pure le nostre di vite. Di quando siamo stati spettatori della violenza tra i genitori, o maestri in carcere e di sport,oppure abbiamo temuto come padri, per i nostri figli e figlie aggrediti instrada. 

Seduti in cerchio a disarmare le parole
E ad un certo punto è accaduto. Mentre parlavamo trasfigurava il tempo. Di fronte non avevamo solo loro, di una generazione dopo. Li abbiamo guardati meglio mentre si cercava insieme di capire. Le loro voci, i loro gesti, i balbettii, le gergalita’ sguaiate, le seduzioni del desiderio, erano gli stessi che avevamo pure noi.  I ragazzi che siamo stati. E nell’ascoltarli ce ne siamo ricordati, ci siamo riconosciuti. E non erano solo figli, erano pure nostri padri. Una geologia che il tempo riconduceva ad una medesima maternità. Ci ha dato, quella comune appartenenza, il coraggio di sfidare i miti del machismo che tatua i bicipiti e gonfia di anabolizzanti i sentimenti per cercare invece palestre che ci rendessero piu’ forti allenandoci ad accedere alle nostre fragilità. Anziché fuggirle.

Non e’ stato facile uscirne vivi da quell’orda di legami e di generazioni, c’era il rischio dell’afflizione retorica dei cliché. L’ennesima. Quella che ti fa dire io non c’entro, non mi riguarda, o che ci posso fare io per quei folli. E ti fa scappare lontano per l’orrore; chi si è visto si e’ visto. 
Cosi per celebrare le conseguenze dell’amore e per crederci ancora, abbiamo provato a far danzare le nostre idee, alla ricerca di una armonia che le potesse tenere insieme. La stessa che cerchiamo in una coppia.
Ci siamo lasciati ammirando le immagini in movimento di una coreografia sensuale di corpi su una musica che sembrava facesse l’amore con la nostra mattinata. Sparpagliando le incantevoli emozioni che vi avevamo colto,appiccicandole una ad una in post it in un nuovo alfabeto da portare con noi quando, fuori di li, avremmo incontrato una lei. Come promessa bella.


II MATTINO: ci ri-guarda

Ci prepariamo ad un incontro con una madre, una figlia, una compagna, una sorella. Come le nostre. Accolgo tutti seminando per terra i post it con le parole intense dell’incontro  precedente. Paiono fiori in un prato.

parole che raccontano e ci raccontano
Ci camminiamo attraversandole soffermandoci su una in particolare che ci rievoca una memoria di quella volta che l’abbiamo incontrata: quando è stato, dov’era, dov’eravamo? Come fossero persone. Ascoltiamo racconti camminando tra i fiori-parole. Poi ascoltiamo un frammento tratto da conversazioni social: improperi indegni, sessismi,discriminazioni grevi. Il confronto stride come gesso sulla lavagna. Ci è disgraziatamente famigliare.  Ci chiediamo quale sia il potere delle parole, quale responsabilità ne abbiamo e perché il linguaggio violento ha successo riscuotendo like a valanga. C’è una alternativa a quella trincea? E cosa succede alle nostre relazioni quando cambiamo le parole? Per riscattare quell’imbarazzo ne troviamo di belle frugando sui nostri smartphone: ginepraio di bagliori e talvolta di bellezze. Sono versi di canzoni che amiamo, le leggiamo come poesie. Sono, poesie.

Pinky arriva ai bordi del nostro cerchio. Pinky Aulakh Parvander, minuta e forte, sopravvissuta all’acido gettatole dal marito. Racconta ad un silenzio concentrato e commosso:il suo matrimonio, i conflitti, di quella sera che le ha sfigurata la vita, la fuga con i figli, il processo, il lento infinito ritorno alla speranza,l’orrore di guardarsi allo specchio. Tutti fanno domande, vogliono sapere,capire. Improvvisa l’ecatombe è lì tra di noi, ha una voce, un corpo, due occhi,i capelli belli.  Porgono domande  alla delicata grazia di un fiore calpestato, un prato di parole sopra il quale sembriamo giardinieri maldestri. In questi casi è alto il rischio di vittimizzazione secondaria. Lo sappiamo e tratteniamo il respiro. In quella terra di mezzo, come soldati al fronte che nella notte di Natale scavalcano il fossato e finalmente si incontrano fraterni. Ci  abbracciamo, lei ci abbraccia. Il suo racconto straziante medica le nostre parole. Ci arrendiamo. Il filosofo Emanuel Levinas dice che il volto convoca  un impegno, un appello, un ordine di trovarsi al suo servizio. Ci mettiamo al servizio del suo volto . Sedendoci di fronte, cercando il nostro, senza altre parole che il silenzio muto. Una partitura di sguardi. Fino a che lo reggiamo. Attorno come un coro greco, le presenze degli altri. Ci alterniamo per un’ora circa, premurandoci che per Pinky non sia troppo. Olga la fotografa, ferma il nostro volto mentre ascolta le parole di PInky. Ci premeva che fosse il ritratto di un incontro, occhi che riflettono occhi e una dichiarazione a parlarne, a dialogare e tirare fuori le parole.

poster definitivo tiriamo fuori le parole

 

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