
Il mio lavoro clinico come psicoterapeuta si rivolge perlopiù a coppie e famiglie. Sovente nel momento della convocazione esploro la disponibilità dei famigliari conviventi di partecipare alle sedute. Mi rendo conto che si tratta di un passaggio niente affatto scontato: chi contatta lo psicologo è una persona singola, che manifesta disagio, sofferenza, disturbi, sintomi più o meno gravi. Perché dunque coinvolgere altri famigliari in terapia? Con quali obiettivi e per quali utilità in un percorso terapeutico? E’ importante sottolineare che si tratta in ogni modo di un invito. La proposta di presenziare alla seduta per altri famigliari non è un vincolo inderogabile ma per come la interpreto, una opportunità. La formula che utilizzo per giustificare questa proposta durante un primo contatto è che sarebbe molto importante conoscere il punto di vista anche degli altri conviventi sul problema e che tutti coloro che sono disponibili sono invitati a dare un aiuto per capire quello che sta accadendo.
Poiché la famiglia è composta da persone che convivono quotidianamente in un medesimo spazio, è inevitabile che ognuno si sia fatta un’idea, una opinione o una ipotesi su quanto stia succedendo.
Sia che si tratti di adulti o bambini. In questo passaggio constato talvolta alcune resistenze e perplessità che riflettono convinzioni molto diffuse. La prima è di tipo culturale: poiché il problema lo vive principalmente un componente della famiglia è lui o lei che dovrebbe curarsi, gli altri che c’entrano? In questa prospettiva dunque il disagio o il sintomo sarebbe una questione individuale che nasce e si manifesta nel singolo indipendentemente dalle sue relazioni. La seconda resistenza, esprime il timore di venire accusati di essere in qualche modo responsabili di un disagio o di un problema vissuto da un proprio famigliare. L’eventualità che questo possa accadere e che lo psicologo sarà una sorta di giudice implacabile che condannerà o assolverà senza appello, di solito scoraggia le persone dal divenire collaborative. Soprattutto i genitori, che quando temono di essere presi di mira o colpevolizzati per qualche inadempienza, protestano divenendo poco disponibili a coinvolgersi. Ed a ragione.
Queste convinzioni legittime divergono talvolta da quelle del terapeuta che come nel mio caso, per formazione professionale, tende a considerare un problema psicologico in quanto connesso a storie, relazioni interpersonali, sentimenti, vissuti, memorie, aspettative che sempre si vivono in ogni contesto famigliare.
La famiglia in questa visione è un luogo cruciale di apprendimento, di evoluzione, conflitto, così come di affetti, legami e emozioni vissute intensamente, caratterizzato da specifiche modalità e regole comunicative. Si tratta di due visioni decisamente diverse, due modi di vedere un problema che sembrano essere poco conciliabili. Come evitare che entrino reciprocamente in collisione avviando fin dall’inizio una relazione generativa? Personalmente, quando reputo opportuno coinvolgere anche altri famigliari cerco di considerare la famiglia come competente esplicitando che avrò bisogno della loro collaborazione per essere a mia volta di aiuto al loro famigliare. Ossia che i loro punti di vista, opinioni, intuizioni, emozioni, storie, ecc. mi saranno di grande aiuto e che mi farebbe molto piacere ascoltarli. Vedo che questa dichiarazione ha il potere di rassicurare le persone e di offrire loro una ragione in più per divenire collaborativi e dunque accettare l’invito. Se le resistenze e le perplessità ciononostante permangono, negozio altre possibilità. Mi rendo conto che non è daltronde per nulla facile né scontato incontrare uno sconosciuto che pone domande spesso scomode. Tendiamo del resto legittimamente a proteggere la nostra intimità famigliare, così come le persone che amiamo e che contano così tanto per la nostra salute, identità, affettività. Serve dunque costruire una relazione improntata a fiducia e trasparenza. Un incontro terapeutico può diventare una straordinaria esperienza di cambiamento e foriera di nuove consapevolezze per la famiglia e la sua storia. Questo è quello che auspico.
Considerare la famiglia come competente significa per me non avere la minima idea di chi mi troverò davanti, delle loro convinzioni, vicende, emozioni e valori.
Come una danza i cui passi sono da ricercare insieme, umilmente e rispettosamente cercherò di capire come danzare, conversando con loro. Tendo dunque a propormi fin dall’inizio di un percorso terapeutico che può durare poche sedute come avere una durata più protratta nel tempo, come un alleato che cercherà con il contributo di tutti di capire come poter essere di aiuto. Una volta costruita una cornice sufficientemente collaborativa, col permesso dei famigliari presenti, tutte le possibilità sono potenzialmente esplorabili.
La psicoterapia diventa dunque una conversazione a più voci nella quale sostenere i partecipanti nel raccontarsi, nel formulare nuove ipotesi sul problema, nel pensare insieme, nel esprimere sentimenti difficili o repressi, nel generare originali metafore esplicative, nel divenire più creativi corresponsabilizzandosi su un possibile e più salubre cambiamento.
Fin dal primo momento. Ad esempio in un primo incontro, denso di palpabili titubanze, esitazioni e forti emozioni chiedo: chi vuole raccontare perché siete qui? E’ sorprendente constatare quanto le versioni divergano dipendentemente da come ognuno vive, interpreta, reagisce a ciò che accade. Una famiglia è fatta di storie incarnate. Lo scopo di questa polifonia narrativa non è tanto quello di giungere ad una unica versione ma far dialogare proficuamente le differenze. E’ infatti proprio rimettendo in azione questa dinamica composta da emozioni, parole, nuovi nessi e corpi che si può generare una nuova e più salutare relazione fra tutti.