DSA, ADHD, DBI e il businness delle psicopillole

PSICOPILLOLE

Sempre più sovente a noi genitori giungono da giornali, riviste ed esperti, informazioni su diagnosi psichiatriche di disturbi in età evolutiva relative a deficit  del comportamento  dei quali sarebbero affetti moltissimi  bambini e ragazzi in età scolare. La sigla DSA per esempio si riferisce ai Disturbi Specifici di Apprendimento;  DHD (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder), sta per Sindrome da Deficit di Attenzione e Iperattività, per DBI invece si intende il Disturbo Bipolare Infantile. A differenza di un problema fisico, più facilmente circoscrivibile e oggettivo, diagnosticare un disturbo del comportamento è una questione assai più complessa poiché chiama in causa l’influenza dell’ambiente , il ruolo del contesto, la storia pregressa, le aspettative e le emozioni che viviamo in determinate circostanze. Se ad esempio ho avuto da bambino una esperienza traumatica con il dentista, sarà probabile che anche da grande quando dovrò curarmi una carie, apparirò  preoccupato e nervoso all’idea di sedermi ancora sulla sedia del medico. Oppure se i miei genitori si stanno separando in modo conflittuale è probabile che  sembrerò svogliato e triste a scuola e che questa difficile situazione influirà eccome sulla mia resa scolastica.  Un adulto che ha  appena perso il lavoro o il coniuge, apparirà naturalmente  triste e costernato. Lo psichiatra americano  Frances Allen ha scritto di recente un libro che ho letto, dal titolo “Primo non curare chi è normale” sottotitolo: “contro l’invenzione delle malattie” ed. Boringhieri, 2013. Allen è un esperto, ha fatto parte dell’equipe che ha redatto il Manuale dei Disturbi Mentali (DSM, un’altra sigla!) edizione numero IV , una vera e propria bibbia della psichiatria i cui deliri medicalizzanti non cessano però di suscitare molte polemiche. Allen, che  è assai critico nei confronti di quella che chiama una autentica  inflazione diagnostica (un disturbo compulsivo molto grave che porta a etichettare pressoché ogni comportamento umano come potenzialmente patologico…) documenta molte questioni interessanti. In primis  il businnes che gravita attorno alle diagnosi di disturbi del comportamento,  soprattutto in età scolare.   Il meccanismo attraverso il quale si alimenta è semplice ed efficace:  consiste nell’attribuire in modo assai disinvolto  diagnosi psichiatriche a bambini in età precoce, ad esempio di due o tre anni (!) trasformandoli in clienti per sempre. Accanto alla diagnosi infatti c’è spesso la prescrizione di un farmaco, dunque l’attribuzione di una malattia che trasforma in patologici  tanti e fisiologici aspetti normali della vita. Il mercato dei farmaci ammonta a cifre colossali. Nel libro c’è una pagina fra tutte che mi ha davvero sconcertato, è la pagina della vergogna e riassume le multe che le multinazionali dello psicofarmaco prendono dai vari governi per frode e irregolarità: vanno da 200 milioni a 3 miliardi di dollari! Ciononostante gli introiti che ricavano queste aziende dalle loro vendite, giustificano il rischio. Negli USA in un solo anno vengono venduti farmaci antidepressivi per 700 miliardi di dollari! In Italia secondo l’Ist. M.Negri di Milano sono almeno 30000 i bambini che assumono psicofarmaci con effetti collaterali potenzialmente molto dannosi (tra i quali la tendenza al suicidio). Possiamo permetterci di avere figli sani?

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