Diventare maschi e femmine: un gioco anzi un giocattolo da bambini

Nella cameretta di quand’ero bambino c’era una grande libreria che occupava tutta una parete. L’aveva costruita mio padre montando tubi di ferro con assi di legno. Tutti i ripiani era colmi di giocattoli che adoravo. Ricordo macchinine di ogni modello, cestini di biglie, la grande scatola del trenino Lima che si tirava fuori solo nelle occasioni speciali perché occupava tutto il pavimento disponibile, la pista delle macchinine Polistil che trascorrevo ore a montare e che immancabilmente  non funzionavano, qualche libro, moltissimi numeri di Topolino, alcuni giochi in scatola come  il Monopoli consunto fino al logorio, e sacchetti di lego.

Se entro in camera dei miei figli, le cose  non sono poi molto cambiate, salvo la presenza della tecnologia come pc. Smartphone, tablet, ecc.  In quella  di mia figlia invece ci sono molte  sostanziali differenze: vagonate di rosa, luccichii sparsi, trucchi, pupazzetti,  inflazione di cuoricini, rocchetti di filo colorati, e ovviamente pure qui cellulari  e videogame. Una sottile, invisibile ma invalicabile linea, differenzia fin da piccoli l’essere anzi divenire, maschi e femmine al punto che ogni giocattolo veicola potenti modelli culturali. Se guardo ad esempio questa immagine cosa vedo?

A sinistra una trusse rosa con pettine, specchio e rossetto con la scritta  che contiene oggetti imbottiti a forma di rossetto, braccialetto, specchio e chiavi. La borsa, inoltre se premuta, canta una canzoncina sui colori rosa e porpora.  La versione per maschi di questo giocattolo, a destra, ha la forma di una cassetta per attrezzi. Gli oggetti imbottiti sono martello, cacciavite, sega, chiave inglese, e la scatola canta una canzoncina differente: “Andiamo al lavoro!”. Se li osservo con questo sguardo questi affettuosi giocattoli mi sembrano un po’ meno ingenui e innocui: il messaggio è chiaro e crescendo gli stereotipi di genere vengono sempre più affermati in distinte categorie. I maschi sono educati fin da piccolissimi ad essere intraprendenti, autonomi e ad affermarsi nella vita col lavoro. Le femmine a prendersi cura di sé e delle faccende domestiche, ad essere servizievoli e a sognare il principe azzurro. Questi ruoli non sono affatto naturali o iscritti in un codice genetico, ma appresi attraverso rinforzi culturali continui che alimentano un processo economico globale. Produttori diversi riproducono ossessivamente gli stessi concetti. Esiste un nesso tra la precoce educazione agli stereotipi di genere e comportamenti discriminatori e sessisti fino alle molestie  sessuali sulle donne? Ne parlava anni fa Elena Gianini Belotti in ‘Dalla parte delle bambine’, un testo che fece storia  e più recentemente in un altro che ne riprende le intuizioni dal titolo  ‘Ancora dalla parte delle bambine’ ,la giornalista Loredana Lipperini  sostiene che ben poco sia cambiato nonostante le lotte di emancipazione e la nostra pretesa modernità.  Il potere di questi silenti modelli culturali è evidente ad esempio quando  vengono  disattesi o trasgrediti, che diremmo di un bambino che ama  i trucchi e di una bambina appassionata dall’avvitare e riparare? Vedere le implicazioni di ruoli stereotipati di genere sui comportamenti e nelle relazioni educative che vengono veicolati nei comportamenti quotidiani,  è il primo passo per cambiarli e capirne le trasformazioni.

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