Gli affetti che (ci) educano

Di recente il ministero della Pubblica Istruzione ha emanato un decreto in cui si prevede che progetti di educazione all’affettività diventino obbligatori a scuola. Molti storcono il naso e si chiedono se è legittimo che una ‘materia’ così delicata possa essere insegnata per decreto.

Infatti: cosa intendiamo per affetti, cos’è una educazione agli affetti, e quale caratteristiche dovrebbe avere? Viviamo quotidianamente dimensioni affettive, emozionanti, coinvolgenti e intense, al punto che sarebbe impensabile una vita senza questi aspetti così cruciali.

Nel momento stesso in cui poniamo attenzione ad un particolare ad esempio, una parola o un’azione questa cambia. In effetti divenire attenti , che significa poi volgere l’animo e porre tensione, ci consente di accorgerci di particolari che altrimenti passerebbero inosservati. Divenire attenti ci cambia e cambia la nostra relazione col mondo.

Il maestro Mario Lodi, un insegnante che negli anni 70 e 80 divenne molto popolare per il suo metodo innovativo e che amavo molto, considerava ogni bambino come uno scienziato, un portatore di conoscenze e di saperi. Inventava proposte didattiche nelle quali la curiosità per il mondo era il motore che attivava straordinarie direzioni di ricerca e passione per la conoscenza.

Proponeva ai suoi studenti di osservare ad esempio un albero, la sua forma, il suo movimento quando il vento ne lambiva la chioma, il suono delle sue fronde, cercando se ci fosse un nido e la traiettoria che facevano gli uccelli andando e tornando per sfamare i piccoli. Dopodiché poneva loro delle domande bizzarre ma intriganti del tipo: cosa vuol dire osservare? E capire? E imparare? E perché vediamo cose diverse? Ogni risposta era considerata bella e interessante! Perfino quelle più strambe.

In questo modo i bambini erano invitati a fare molte cose: ad elaborare teorie anche molto raffinate sulla conoscenza; ad abituarsi a condividere i propri pensieri; a formulare ipotesi sul funzionamento del mondo; ad acquisire fiducia in se stessi , ad ascoltarsi, a raccontare. Addirittura succedeva che qualcuno amasse scriverle quelle risposte.

E per concludere faceva una cosa che fanno anche gli scienziati: immaginare. Chiedeva loro: e se tu fossi un albero…come saresti? Disegnati! Questo era un passaggio meraviglioso, nel quale logica e fantastica stavano insieme anziché distanti o contrapposte e il mondo interiore di ognuno prendeva forma e colore divenendo visibile. Le scoperte scientifiche avvengono così, quando il pensiero esce dai binari soliti e si avventura in direzioni mai percorse prima: un atto di coraggio e sfrontatezza! Quel maestro aveva capito quali porte aprire per entrare in quel mondo.

Mi sembra che da questo breve ricordo possano venire tante e interessanti considerazioni per pensare ad una educazione degli affetti: divenire attenti e guardare il mondo con occhi curiosi; porsi molte domande che non abbiano una risposta immediata e scontata, cioè domande che facciano pensare; parlarsi; ascoltarsi; immaginare. Aggiungo prendersi cura.

Il poeta Tonino Guerra una volta sentendo l’aria sottile della sera nella campagna di Pennabilli compose questa bella poesia “L’aria è quella cosa leggera che sta intorno alla tua testa e diventa più chiara quando ridi“. Divenire attenti all’aria e a ciò che gli sta intorno. Più che storcere il naso, inspirare profondamente.

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