Uno sciopero per il noi. Emergenza climatica e appartenenza globale

Perchè dobbiamo aspettare le catastrofi per tirar fuori il meglio di noi? Partecipando al meraviglioso e struggente sciopero sul clima del 15 marzo 2019 mi frullava questa domanda in testa. Fiumi di ragazzi e ragazze che imploravano, inneggiavano, reclamavano un futuro. Esiste una aspettativa piu legittima? Tra le strade e i vicoli della mia citta’, la più inquinata d’Italia, si respirava con tutti i pori l’illusione forse ingenua forse vera, che possiamo fare un passo indietro o di lato sul bordo del baratro e che i singoli insignificanti gesti di ognuno possano impedire  cambiamenti sconvolgenti. Nelle piazze si celebrava l’urgenza di ricomporre quella che l’antropologo Gregory Bateson chiamava una sacra unita’, la connessione tra corpo, mente, natura e cultura, la cui profanazione porta ad esiti letali.

Loro i nostri figli, erano li per dircelo, per crederci ancora, per provarci, per ricordarci che non abbiamo alternative ne’ tempo. La comunita’ scientifica lo certifica ogni giorno. E poi le parole: ‘pianeta, mondo, futuro, globale, epocale’ , pronunciati nei poster senza enfasi retorica, ma vocabolario degli abitanti glocali della terra-patria. Quello che più mi ha colpito diceva: ‘che studiamo a fare se non c’e’ un futuro?’

E’ stata una grande lezione di partecipazione civica, rispettosa, festosa, politica nel senso piu alto e vicino. Insieme a dieci forse quindicimila persone abbiamo respirato un clima colmo di speranza e bellezza, grazie al quale mi pare di avere capito la misteriosa eppure cruciale connessione tra decrescita e felicita’. Se i consumi diminuiscono qualcosa d’altro deve invece crescere: la qualità delle relazioni, un utilizzo consapevole delle risorse, una nuova solidarietà, un sogno comune. La cosa meravigliosa e visionaria e’ che un confine epocale forse il piu insuperabile, sembrava valicato festosamente da quella marea montante, dai ragazzi che si prendevano per mano, dai bambini che accompagnavano i loro genitori: quello tra ‘noi’ e ‘loro’, rimaneva solo il noi, la consapevolezza di far parte di un’unica umanita’ che unendo minuscoli, infiniti, eppur essenziali gesti di cura e attenzione puo’ fare la differenza.

Questo movimento continuera’ anche dopo che le piazze si saranno svuotate e le bandiere riavvolte. Continuera’ nelle case, nelle famiglie, nelle relazioni di vicinato, nelle scuole e nelle biblioteche, nelle conversazioni, seduti di fianco al fornaio o al parlamento. Che bello immaginare che in  ogni casa, quartiere, gruppo, scuola, luogo di lavoro si possa celebrare una conferenza sul clima come quelle di Parigi, Tokyo, Lisbona, Rio, ecc. in in cui le persone attraverso azioni concrete e condivise provino a mettere in pratica un nuovo senso del noi. Non e’ ingenuo pensarlo, e’ necessario e non più rinviabile.

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