Tenendo per mano il passato. Una storia di adozione.

Giovanna venne  adottata all’età di 3 mesi. Incontrò i suoi nuovi genitori Mario e Beatrice per reiniziare con loro una  vita lontano dalla miseria e dalla violenza di un padre e di una madre che non potevano occuparsi di lei e dei suoi fratelli. O almeno questa, tra qualche imbarazzo e frasi ammiccate, fu la versione che le venne narrata.

Mario e Beatrice gettarono le braccia al collo a quella meraviglia dai riccioli neri che rese ancora fertile la loro unione e lei ricambiò affidandosi al loro sorriso. Fu grazie a loro, che Giovanna trovò quell’affetto e quel sostegno così importanti per attraversare la vita di ogni giorno. Un album di fotografie che Mario e Beatrice si premurarono di comporre fin dai primi anni del suo arrivo, raccontava la sua crescita di bambina e poi di giovane donna, tra vacanze, momenti domestici, conquiste scolastiche. Un affettuoso custode della memoria famigliare da sfogliare e risfogliare e con il quale commuoversi e rievocare, proprio come quelli che spesso conserviamo nelle nostre case. Tra quei frammenti di vita disposti in bell’ordine, ne mancavano però alcuni. Proprio tra le prime pagine. Giovanna li cercava col pensiero e con i sentimenti nel tentativo di colmare la sensazione di mancanza e di vuoto che prima impercettibilmente e poi con sempre  maggiore intensità, sentiva abitare il suo animo e che nemmeno il cancro che aggredì Beatrice in un recente passato che poi guarì miracolosamente, riuscì ad estinguere. Si riscopriva a pensarci accarezzando Magoo, il suo cagnolino di pezza che aveva con sé da sempre, ancora prima del suo arrivo nella sua famiglia adottiva, compagno di tanti giochi d’infanzia e unico testimone di quel passato  antico, sepolto nel suo cuore. Ci pensava fino a non riuscire più a ricacciare in gola le domande che la nostalgia di quella presenza  faceva in lei affiorare : chi sono i miei genitori biologici? Perché non hanno potuto prendersi cura di me? Cosa è successo? Saranno  ancora vivi? Mi penseranno? Chi sono i miei fratelli? Chi è mia madre? Chi sono io? Furono forse queste domande che come una bussola la guidarono a far luce sul suo passato. Un giorno riassettando per casa, Giovanna trovò un faldone dove era custodito il suo certificato di nascita e tra la grafia spiegazzata dal tempo, scorse per la prima volta i nomi di suo padre e sua madre. Lui magrebino e lei italiana: la grammatica non tradiva. Alle domande di prima se ne aggiunsero a cascata molte altre: perché papà e mamma non mi hanno detto nulla sui miei genitori biologici? Perché tenermi nascosto il mio passato? Come potrò ancora fidarmi di loro? Le foto mancanti nell’album di famiglia erano dunque  lì davanti ai suoi occhi, appiccicate ad un mattino che sapeva di rivelazioni ma, come parlarne con i suoi genitori senza gettarli nello sconforto ammettendo con loro  che in fondo lei era figlia anche di chi l’aveva messa al mondo e che ne avrebbe voluto conoscere la sorte? E se tutto ciò avesse rinfocolato la malattia della mamma? Le sfuriate, i litigi, gli scontri in casa che seguirono quella scoperta esprimevano tutta l’impotenza che sentiva dentro di sé per una storia non detta né mai ascoltata. Chi l’avrebbe immaginato che proprio grazie ad un cagnolino di pezza, spelacchiato e nascosto tra i balocchi in camera sua, un giorno quella storia sarebbe uscita dalla cuccia. Beatrice e Mario si resero conto infatti del senso dei loro scontri sempre più esacerbati con la figlia e constatarono quello che da sempre sapevano:  in quella veemenza c’era un disperato bisogno di sapere. Fu così che portarono con loro Magoo, il cane di pezza  e raccontarono  alla figlia attraverso di lui come un gioco, la storia di Giovanna, delle sue due mamme e dei suoi due papà e di come andò che un giorno loro si incontrarono. Nelle prime pagine dell’album, poco dopo Giovanna mise nello spazio lasciato vuoto un bel primo piano di lei bambina e Magoo. Accanto alla siepe si tenevano per mano.

 

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