A volte il bullo è l’insegnante. Ricordi di scuola e angherie.

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A volte il bullo è l’insegnante. Era la fine degli anni 70. Le lezioni di zootecnia all’istituto Pastori di Brescia si svolgevano in un laboratorio attrezzato. Le pareti dell’aula erano arredate di vetrinette nelle quali stavano esposti vari strumenti del lavoro veterinario. Alcuni feti di animali in formalina galleggiavano qua e la in contenitori di vetro sospesi in un liquido color ambra . Come un piccolo raccapricciante museo. La cattedra troneggiava sopra una pedana, retaggio della scuola gentiliana e fascista, posizionata tra due scheletri a grandezza naturale di una vacca e un cavallo; modelli che esemplificavano la struttura ossea degli animali e conferivano a quel paesaggio didattico un’aurea inconsueta e per noi studenti, pittoresca. I banchi stavano di fronte, una reverente processione. Il professor Antonio Marano, era un uomo corpulento, con due baffoni fulvi che gli conferivano un cipiglio vernacolare e una voce tonante. Amava l’epopea western, in particolare il mito machista incarnato da John Waine e da una serie televisiva che in quegli anni di piombo era molto seguita: la conquista del west. Quando decideva di interrogare intonava la marcia dei pifferi, quella dei tamburini nordisti che celebrava il passo dei soldatini verso la battaglia. La fischiettava mimando il flauto in modo ridicolo e solenne facendola precedere dal nome dello studente prescelto. La musichetta accompagnava il breve tragitto dal banco alla cattedra tra risolini divertiti e di scherno del resto della classe, come la cacofonica marcetta dei campi di concentramento. Quando le nostre risposte alle domande dell’interrogazione erano a suo parere sbagliate, il prof Marano ci costringeva ad abbracciare uno dei due scheletri e, in quella goffa e grottesca posizione che esponeva il malcapitato alla derisione generale, esibiva ‘bonariamente’ i forbiciotti della castrazione puntandoli verso i nostri testicoli in un gesto che esprimeva tutto il suo disappunto per una preparazione lacunosa da punire con quella castrazione simbolica. Il grottesco teatrino avveniva di fronte a tutto la classe. Ogni compagno e compagna non potendo esimersi dal farlo per via della pressione a conformarsi, partecipava allo scherno, con un retrogusto però amaro. Sapevamo infatti che la volta successiva avrebbe potuto toccare a noi. Le conseguenze sulle nostre relazioni di giovani uomini e donne di quel rituale persecutorio furono disastrose. Non potendoci ribellare poiche vittime di un clima di complicità omertosa col carnefice, ne diventammo complici, vivendo tra noi un conflitto perenne che si manifestava in mille tensioni malamente represse. Salvo sporadiche eccezioni non mi sono mai piu rivisto con i miei compagni di classe. Non ci fu mai alcuna cena o ritrovo celebrativo e anzi quando capitava di incrociarci, incombeva un evidente e malcelato imbarazzo. Da quel laboratorio zoomorfo della mia gioventù ho imparato la perversa relazione che si instaura tra vittime e persecutori e qual’e’ il prezzo per chi vi sopravvive.

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