LE PAROLE HANNO UN CORPO. Intervista a C.D. sul DDL Zan


IL DDL Zan  sulla omolesbobitransfobia è il recente e discusso decreto legge che prevede un inasprimento delle pene per reati che riguardano le discriminazioni nei confronti delle persone LGBT (lesbiche, gay, bisexual, transessuali), delle donne e delle persone disabili. Ho intervistato C.D., psicologa e psicoterapeuta, consigliere in uno dei principali ordine di psicologi italiani, nonché persona che ha fatto l’adeguamento di genere  alcuni anni fa da uomo a donna.  Il suo punto di vista dunque è particolarmente prezioso e coinvolto. Le ho chiesto di discuterne a partire dalle questioni che il DDL solleva collegandosi alla sua esperienza umana  e professionale.

L’intervista affronta diversi passaggi: 

L’esperienza personale della transizione sessuale;

Le discriminazioni vissute sia a livello privato che professionale

Le linee guida del DDL Zan sulla discriminazione delle persone LGBT, donne, disabili e la sua opportunità

Il contrasto e la prevenzione alle discriminazioni di genere

Puoi raccontarmi brevemente la tua esperienza di transizione?

Brevemente è un po’ difficile perché avendo un po’ di anni…Inizia quando inizi ad avere determinati pensieri e a sentirti quello che è la tua corporeità non corrisponde più di tanto al rimando che ti viene dall’esterno e soprattutto il mondo che hai attorno che ti da dei rimandi. Quindi è iniziata quando ero abbastanza piccola. I primi ricordi riguardano l’asilo e anche forse prima, quando giocavo, soprattutto con le bambole e grazie al cielo, ho avuto una parte della famiglia che ha sostenuto senza troppi problemi quelle che potevano essere dei miei desideri, insomma, che poi non nuocevano nessuno a quell’età. Mentre l’altra parte della famiglia era molto molto contraria e mi ha colpevolizzata e fatta sentire questa cosa, come molto estranea. Io ho cominciato a rendermi conto che c’era qualcosa dentro di me che non corrispondeva a quello che gli altri percepivano e ho cominciato a organizzare i miei pensieri attorno a questo mio desiderio che comunque non spariva. Nel senso che io mi sentivo un po’ una bambina.

Volevo stare con le bambine. Mi volevo vestire in un determinato modo, volevo mettere i sandaletti e le calzine, cose così. Poi questa cosa è andata avanti nel tempo e mi ricordo, le prime cose del corpo che hanno cominciato a darmi molto fastidio. Questo è estremamente imbarazzante, sono i segni della pubertà perché magari avevo i pelettini sul polpaccio e io ero terrorizzata da questa cosa. Mi ricordo che di nascosto prendevo il rasoietto e mi tagliavo sopra alla caviglia. Avevo circa 12 anni.
Lì ancora avevo un retaggio di giochi come le Barbie. Facevo i vestitini per le bamboline, cose così, ma anche i cartoni. Mi ricordo che guardavo Sailor Moon al tempo. Però ecco, questo non corrispondeva proprio con il maschile che avevo attorno e sebbene stessi cercando un po’ di far combaciare le due cose dicendo che “magari è un lato un po’ femminile che ho dentro, pazienza,” il mondo esterno continuava a darmi questo rimando, cioè che questo femminile non poteva starci. All’inizio ho pensato “magari ho un’identità omosessuale” , quindi ho cercato di farmela andar bene così. Ho proseguito quasi 15 anni in questo modo, se non 20, e ho cercato di fare le cose nel modo il più graduale possibile. Ho detto: “va bene, allora cerchiamo di avere qualcosa che possa essere un’immagine più androgina possibile”, quindi avevo capelli semi lunghetti lisci, la faccina senza barba, eccetera eccetera. Poi insomma, questo diventava sempre più intollerabile, perché ovviamente era una vita di finzione.

A un certo punto ho detto qui non ci sto! La sofferenza era notevole, nel senso che c’erano diversi pensieri suicidari che mi accompagnavano da anni. In quegli anni lì ho detto, facciamo un’analisi. E ho fatto un’analisi didattica, per quattro incontri a settimana. Frequente, anche perché ovviamente poi tutto si inscrive nella carriera professionale. Ho cercato di curare questa cosa con la terapia, ma in realtà la terapia non mi metteva in contatto con me stessa. Allora ho detto pazienza, cerchiamo di essere il più autentiche possibili, ed essere me stessa e quindi la parte un pò più viva di quello che poteva essere l’aspetto transitorio, dove la transizione è soprattutto fisica e non è tanto psichica, anzi non lo è affatto psichica perché psichica lo era sempre stata la mia identità.


Ho iniziato la terapia ormonale al Niguarda a Milano. Ho fatto tutto da sola, non ho detto niente a nessuno perché sapevo che sarebbe stato molto difficile. Adesso siamo nel 2021 lì eravamo negli anni 2000 , circa 5 10 anni fa, una cosa del genere. Sì era il 2008. Ho iniziato la mia terapia ormonale, ho fatto tutto con calma perché volevo essere sicura di ogni passettino che muovevo, perché ho questo aspetto interno molto preciso, pignolo e anche spaventato da quello che è successo attorno.

Quindi questa mia parte più spaventata mi ha detto: “fai le cose con calma!” Quindi ho preso la terapia, dove le terapie sono due: c’è un aspetto di terapia anti androgena, quindi che abbatte il testosterone. E una parte estrogena che quindi favorisce l’aspetto più femminilizzante del corpo, quindi sono gli estrogeni. Prima ho iniziato con l’antiandrogino per un annetto, poi dopo ho preso anche gli estrogeni in terapia combinata e poi dopo ho fatto un intervento. Ecco, il tutto fa parte anche di un percorso un po più standardizzato, dove ti seguono tout court. Ho avuto il genetista che ha controllato anche l’impatto delle terapie. Ho fatto una serie di analisi, ecografie, indagini eccetera. Avevo l’endocrinologo, lo psichiatra, lo psicologo. Insomma ero un topino da laboratorio ma mi ha fatto bene Adesso a cose fatte non direi: mah sono stati esagerati!


Anche perché poi l’esperienza è stata con tante altre persone in cui è chiaro che l’identità si declina in tanti modi, però ci sono anche tante sofferenze che possono accavallarsi e mascherarsi da disturbo dell’identità. Sono stata in mezzo agli psicotici e ossessivi a pazienti gravi anche i ricoverati e quant’altro che manifestavano disagio di questo tipo. Alcuni poi dopo, siccome li ho sentiti per anni, non avevano quel tipo di problema e il sintomo cambiava ed andava via. Altri invece magari avevano questo. Diciamo che non c’era solo la gravità, c’erano anche persone normali, cioè avvocati, ingegneri, medici che insomma stavamo lì a chiacchierare in sala d’attesa, aspettando che ci facessero queste visite. Devo dire che le visite sono servite, sono state un buon supporto. Mi sono sentita un po’ protetta. E’ chiaro che il tutto è molto, molto lento e quando si decide di effettivamente dare voce al proprio desiderio interno, si arriva un po’ già agli sgoccioli e si vorrebbe una celerità maggiore.


Ho fatto l’ intervento all’estero perché qui non hanno know how sufficientemente buono secondo me anche a livello un po’ estetico e funzionale, ecc. L’ho fatto in Tailandia, lì è andato tutto bene e devo dire che dopo tutta questa fase di turbolenza di volo, quando si ha finito eccetera, ci sono degli aspetti a proposito di corpo, anagrafici che vanno sistemati. Quella è una delle parti più imbarazzanti , nel senso che anche quella che mi ha fatto perdere più lavori e mi ha messa in difficoltà e in grave crisi economica. Perché ovviamente tu hai una serie di…non so sull’ albo c’è scritto il nome in un certo modo, sulla cartella, su come ti chiami sulla tessera sanitaria, quindi quando vai in farmacia, quando vai dal dottore, quando vai in giro, diventa anche…, pur non volendo ma il tuo corpo è davanti a te, quindi tu arrivi e le persone pensano di te quello che pensano pregiudizievolmente o meno, prima ancora che ti conoscano. Quindi non so, ti fermano per il controllo in strada, la polizia che ogni tanto c’è, ci sono i controlli, e quindi vedono quello prima di te. Chiaro che vedono la tua immagine, poi vedono il documento e c’è quel problema lì. Poi dopo insomma, il tuo corpo arriva. Io ho avuto la fortuna che tutto sommato sia una cosa abbastanza delicata. Sono stata attenta, non mi veniva da vestirmi in maniera, particolarmente… non so, stereotipata. Niente femminile, come dire, cioè mi vesto così, con i maglioncini. Ecco, ero così prima e sono coì adesso. Detto questo, credo che questo mi abbia aiutata, non mi interessava più di tanto essere seduttiva, non saprei come dire. Gli uomini sono molto attraenti ma il mio obiettivo non è certo quello di sedurli sessualmente. Quindi quella cosa lì l’ho messa da parte e credo che mi abbia aiutata, perché poi ho visto altri che magari mettevano nell’approvazione maschile il loro bisogno di conferma e lì ti freghi, perché dipendi dagli altri. Insomma, devi piacere un po’ a te stessa, è chiaro che arriva un po’ da una lotta. Mah, forse dovrei essere un po’ più Jessica Rabbit, un po’ più seduttiva e carina eccetera. Io mi sento così e non ne ho voglia, ne ho già fatte abbastanza.

Sei la prima prima psicologa italiana che fa la transizione, che tu sappia?

Che la fa un po’ tutta sì. Ma che indugiano sul territorio ce ne sono altre. Adesso  sono arrivati altre richieste, poi sai, quando una fa da apripista, le altre seguono…

Ti sei mai sentita in quanto persona che ha fatto la transizione,  oggetto di discriminazioni?

Bhe si, soprattutto agli inizi. Nel senso sia fisico che psichico, nel senso che quando vai… soprattutto magari agli inizi quando devi andare in bagno, non sai dove andare perché se vai in quello maschile ti prendono come il travestito che vuole fare chissà quali approcci sessuali. Se vai in quelli femminili,  le femmine si accorgono, magari ti dicono: ma scusa, cosa fai qui? puoi uscire?  Però tu devi andare in bagno, non te ne frega niente né dell’uno né dell’altro. Poi a livello professionale ho perso, come dicevo, molti lavori, uno anche in un Comune. Dove c’era un tavolo in cui si era fatto il mio nome,  però io non ero lì in quella riunione, e un’altra collega, tra l’altro una psicologa, che faceva la referente per l’ordine, ha detto: ma no! ma non possiamo coinvolgerlo! Io avevo già finito la transizione, è successo tre anni fa. Però comunque…”Quello è un viados…non possiamo coinvolgerlo!” Quindi fu pesante. Ci sono state due colleghe che volevano fare la segnalazione, ma io ho detto:  “per l’amor di dio, ti prego no! Perché non ho voglia che…apprezzo ma…” ho chiesto di non farlo. Loro volevano fare la segnalazione deontologica, perché è una cosa pesantissima che una psicologa dica di fronte a tutto il tavolo una cosa del genere.  Beh, poi pazienti li ho persi tutti quasi. Alcuni hanno finito e quelli nuovi che arrivavano non arrivavano perché  facevano un colloquio, poi io dovevo firmare la ricevuta in un modo con un certo nome e loro ne vedevano un’altro. E insomma, era tutta una serie di incongruenze che poi le persone ovviamente non tolleravano. Anche perché io non lavoravo nello specifico  con le persone transessuali, quindi arrivavano pazienti che erano pazienti con diagnosi di adulti: ansia o quant’altro che poi dopo non si ritrovavano eccetera. Quindi ho affrontato in maniera silenziosa altri pregiudizi. Sono stata esclusa da dalla famiglia, mi è rimasta solo la mamma. Ecco questo in linea di massima.  Sono stata esclusa da altri ambienti di lavoro. Quando lasciavo il curriculum, erano tutti estremamente gentili perché ovviamente non mi hanno mai insultata. Sono stati molto carini ma nessuno mi ha mai neanche più risposto: “ahh ok, lei sta facendo questo? va bene! Le faremo sapere…” Però insomma, su cento domande che possa averne fatte almeno uno di solito magari ti richiama per un colloquio. Invece mai nessuno mi ha mai richiamato ed è stato molto, molto brutto. Ho trovato così accoglienza un po’ in un gruppo politico di psicologi ma nel complesso sono stata proprio da sola.

Con i ragazzi, che non erano il mio primario interesse, però, insomma, è immaginabile per quelli che  capivano. Perché  chi non capiva, in realtà, mi trattava come una ragazza normale. Chi capiva aveva sempre un interesse un po’ perverso, in cui il mio corpo era più la  parte genitale e loro erano interessati a quello e quindi mi seducevano. Sono stata anche presa in giro.., poi, per fortuna ho degli strumenti l’ho capito e insomma ci sono stata male relativamente. Però rispetto alle discriminazioni ho avuto persone che mi han detto: “ma non sei una donna vera!” Poi magari hanno anche ragione, però…non so: “non puoi avere figli…e quindi non sei una femmina… “. L’ultimo è successo poco tempo fa. Sono stata diverso tempo con un ragazzo, per circa un paio d’anni,  alla fine gli è stato in mente che: “ ma no, tu non hai il mestruo, tu non sei una ragazza vera e… io voglio dei figli…eccetera” E io: “ ma questa cosa te l’avevo detta però…!”  E quindi sono anni di vita che viene vissuta e nell’ottica della transizione anche se per te, che sei nel mezzo, la transizione è un pezzo e non è la parte centrale, quindi una cosa che non andrà mai via ed è un po’ una disabilità, in un  certo senso sociale, con cui devi fare i conti, perché se non lo dici  prima o poi salta fuori, se lo dici  poi dopo hai gli effetti, quindi la discriminazione a livello affettivo, economico, sociale, lavorativo, eccetera e  familiare,  c’è stata su tutti i livelli.

Parliamo del DDL Zan: Cosa ne pensi delle linee guida contenute nel DDL, in particolare in materia di lotta alle discriminazioni alle persone LGBT. Quali linee di guida ritieni  più interessanti e stimolanti?

Il  DDL Zan è articolato, quindi ha tanti aspetti e anche complesso. Credo che il suo valore simbolico sia l’aspetto principale che può portare avanti, nel senso che ci racconta finalmente un po’ di una riflessione su un tema che in realtà è presente e presente da molto. E’ l’emergere un po’ della del movimento LGBT  piuttosto che  altro. Secondo me non è tanto che le persone stanno dando di matto come un po’ la contro accusa, ma il fatto che si sente c’è un humus, un substrato attorno un po’ fertile, in termini di accoglienza e quindi queste realtà, le persone che vivono queste esperienze lo raccontano in maniera un pochino più chiara. Non hanno più voglia, parlo della mia ‘T’ , però insomma anche le altre,  di essere legate a una vita di tipo sessuale, anche perché gli orientamenti si definiscono sessuali però  piano piano  si stanno avviando verso quello che è una concezione anche affettiva. Perché non è che una persona omosessuale è solo una persona che fa sesso con una persona del suo stesso sesso. E’ una persona che vuole bene, che ha una vita, che ha delle dinamiche, eccetera. Quindi credo che il DDL racconti di una complessità esistenziale  di questo tipo. Si prende anche cura di tutto quello che sono gli aspetti omofobi, dove omofobia, con quello che è l’origine del termine, quant’altro, in realtà però ha una sua declinazione che è anche corporea e fisica. In Lombardia l’anno scorso abbiamo avuto sul sito http://www.omofobia.org  174  vittime  di discriminazioni e violenze solo l’anno scorso. Cioè se ci pensiamo, un giorno si e un giorno no, una persona LGBT viene  discriminata, licenziata, picchiata.  Dunque si tratta di violenza psichica, fisica.

Man mano che una persona diventa adulta ,  ha anche un po’ meno rete sociale, è meno inserita  a scuola, non ha un gruppo che frequenta come prima. Di solito gli amici se li sceglie in maniera anche tutelante verso se stesso/a. Però quando crescono i bambini sono a scuola e se non c’è una cultura piu inclusiva rischiano di essere discriminati. Perché è poi quello che succede. Occupandomi un pochino di più di questo aspetto e facendo tesoro delle esperienze, mi arrivano (in terapia) dei tredicenni/quattordicenni che magari a scuola  non ce la fanno più perché i compagni non gli rivolgono più la parola. Oppure mi viene in mente una ragazzina che non è nemmeno omosessuale perché lei si sente un po “bi”,  quindi ha avuto la morosina adesso e dice “io sto bene con un ragazzo”  però la prendono per i fondelli tutti e nessuno vuole andare a far la merendina con lei. Sono delle cose veramente umilianti in un’età in cui non hanno le difese, anche mentali per far fronte che è questo tipo di di realtà che arriva in realtà da un  pregiudizio, ossia un giudizio prima di chi è una persona,  legato un po’ da quello che ci viene detto e trasmesso in maniera più o meno consapevole dalla cultura che abbiamo attorno. Perché l’omofobia poi, dopo si rischia di interiorizzarla. Quindi i genitori che in maniera più o meno diretta, più o meno velata, trasmettono un certo tipo di messaggi, danno un feedback di un certo tipo, che poi dopo i bambini ragazzi interiorizzano e poi agiscono e portano  attorno. Come se poi tra l’altro, gli omosessuali  fossero tutti uguali!  Quindi  credo che il DDL ponga l’attenzione soprattutto sulla diversità, ma non nel senso di: “Siamo diversi” , ma anche: “ I diversi sono diversi tra loro” perché da vicino nessuno è normale, no? Ecco, quindi è chiaro che ci sarà una persona piu o meno attivista, quello che è interessato di più o di meno alla questione, così come il gay che sa giocare a calcio e che magari stupisce tante persone e insomma non dovrebbe stupire, perché in fondo è comunque un ragazzo che sta giocando a calcio. Insomma, le persone hanno una vita al di fuori di quello che è il loro  orientamento e di quello che fanno in camera da letto, che poi insomma…magari  mi interrogherei sulle parti, voyueristiche di chi è così curioso. Perché in fondo chi se ne frega di quel che fanno in camera loro! O almeno, a me non interessa!

Il DDL Zan prevede sanzioni penali, in particolare per coloro che utilizzano un linguaggio che incita all’odio, l’intolleranza, la discriminazione sul genere, sull’orientamento sessuale. A tuo parere ce n’era bisogno di questo ulteriore affondo, sottolineatura o era sufficiente la legislazione vigente?

Questo è un punto molto delicato e credo che non ci sia la risposta giusta o sbagliata. Penso che questo tipo di esplicitazione arrivi un pochettino anche dalla consapevolezza di chi siamo, come italiani e cosa abbiamo attorno. Abbiamo visto in tanti modi che se non ci sono delle sanzioni le persone fanno un po’ quello che vogliono. Lo vediamo col covid e quel che è successo. Lo vediamo nelle professioni che magari sono state rese eroiche, ad esempio nei medici. O attraverso gli ECM  (Educazione Continua in Medicina) che è un obbligo deontologico e professionale di un certo tipo. Non voglio attaccare i medici, però te lo dico perché così si capisce. Questo riguarda anche gli psicologi. Cioè persone che hanno un obbligo di formazione e che dunque racconta la necessità di una formazione relativa ad un sapere utile alla cura e all’ aiuto poi del paziente. Ecco tutto questo, viene lasciato da parte, a meno che non ci sia una sanzione. Più della metà dei nostri medici non la fanno . Questi sono dei piccoli esempi, però spesso l’italiano, se non ci sono delle sanzioni fa spallucce.

Non so se le sanzioni previste dal DDL sono adeguate , non mi esprimo  e lo lascio ai giuristi. Però mi chiederei come mai han scelto di farlo. Penso sia importante capire che se si è arrivati a quel punto è perché se le persone non sentono che c’è un contrappeso, poi dopo non rispettano. Che è un po’ quello che poi è successo col covid. Si, hanno messo le sanzioni, però alla fine la gente faceva un po quel che voleva con la mascherina. Cioè abbiamo visto nel pratico cosa succede. C’è stato chiesto di prestare attenzione ad alcuni elementi e questa cosa non è stata fatta. A me sono morte due pazienti. E’ stato orribile perché a Natale hanno fatto i loro cenoni a capodanno e si sono ammalate. Quindi  la pena a volte ricorda che se non c’è la punizione, sia difficile stare attenti. Sarebbe auspicabile che ci fossero dei modelli un po’ più come i Norvegesi, in cui non c’è bisogno della pena ma  c’è il rinforzo. Come dire: “hai fatto bene e ti sostengo nella virtuosità”.

Credo che uno degli elementi che forse ha giustificato questo inasprimento ha a che fare con il numero delle vittime al  quale accennavi prima, no? 174 persone LGBT  uccise o vittime di discriminazioni, offese, picchiate, ecc.  in un anno,  sono un numero importante...

… e quelle sono solo quelle dichiarate che hanno scelto di fare poi denuncia, perché ci sono quelli che non la fanno. Il tutto per uno quello che lo fa in camera propria, che io dico: “mah, è così interessante? “ Non riesco proprio a capirlo!

Quali altri importanti questioni solleva il DDL secondo te?

Innanzitutto il posizionamento dell’Italia all’interno dei paesi europei  relativamente a livello di inclusione.  Ogni anno l’ILGA (osservatorio europeo sull’inclusione delle persone LGBT  www.osservatoriolgbt.eu) pubblica un report internazionale,  sul livello di inclusione raggiunto nei 49 paesi UE. l’Italia raggiunge il 23% come Ucraina e Lituania.  La Francia raggiunge il 56%, la Spagna il 67%, la Grecia 50%. In Grecia, dove ci sono aspetti religiosi più rigidi dei  nostri, hanno più inclusione. Inclusione significa una normativa che non sia semplicemente quella della punizione, laddove non rispetti la diversità ma una normativa che aiuti  e vada in maniera capillare a risolvere tutte le varie problematiche. Anche di tipo giuridico, quando le persone si uniscono, se ci sono unioni civili, eccetera.  Così come per gli aspetti sanitari. Da noi nella pubblica amministrazione  non c’è un sapere su questo. Quindi credo che il DDL racconti anche di un bisogno di formazione specifico in questo senso. La discriminazione colpisce degli aspetti nucleari, del sè che non possono cambiare. Perché la persona omosessuale non può cambiare e quindi questo ha un impatto molto diverso che su altre persone. Nel senso che vengono colpite in aspetti molto profondi. Quindi ecco anche il livello di inclusività dell’ Italia nel  DDL  conta. Sono anni e anni che vengono pubblicati questi report e nessuno fa niente. L’Italia è stata la culla della cultura in Europa, quindi sarebbe bello che anche su questo riuscisse a muovere dei passettini.  I problemi che gli omosessuali portano sono problemi di tutti: sono stressati sul lavoro, hanno il papà o la mamma che rompe le scatole, ecc. Hanno problemi che sono quelli di tutti. Le ricerche scientifiche hanno evidenziato quanto le esperienze  della prima infanzia non abbiano un ruolo significativo per quanto riguarda l’orientamento sessuale. In  tutte le culture, la maggior parte è eterosessuale e una minoranza è omosessuale,  però ci sono più prove a sostegno delle cause biologiche dell’orientamento sessuale rispetto a quelle sociali. Specialmente per i maschi. Poi l’impatto e della sensibilizzazione della formazione racconta  anche di quelle che possono essere le differenze  tra outing e coming out* nella crescita. Cioè  i ragazzini riuscirebbero più a fare coming out per raccontare loro stessi come si sentono,  piuttosto che non avere il compagno o la compagna che li prendono in giro.

Oltre che con provvedimenti legislativi e repressivi, secondo te in quali altri modi si può contrastare una cultura della discriminazione sul genere e l’orientamento sessuale?

Penso che forse il motto “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”,  potrebbe essere la cosa importante. Nel senso che più che agire sempre contro qualcosa, si potrebbe fare qualcosa che sia più inclusivo, quindi aiutare le persone che fanno fatica e promuovere inclusività a più livelli. Magari non solo per le persone LGBT, questa è una cosa credo importante perché sicuramente il DDL è una mozione più relativa alle minoranze sessuali però non solo. Nel senso che c’è una discriminazione diffusa anche per la disabilità nel nostro paese,  così anche tutto il discorso delle pari opportunità. In realtà significa avere delle pari opportunità di accesso alle risorse e al lavoro, non solo agli aspetti economici. Le mamme, ad esempio vengono discriminate. Perché sei una donna, sei la mamma, allora dovrai sicuramente andare a prendere il figlio,  sarai meno performante al lavoro tutto il resto, ma non è detto. Quindi ecco, essere inclusivi su più livelli e non solamente sulle minoranze sessuali secondo me è un passo importante perché credo e possa aiutare a fare uno sforzo non  facile. Che poi significa conoscere, mettersi in discussione, abbandonare magari certi principi, certi pensieri, eccetera, e far capire che facciamo tutti un po’ fatica nel mondo. Facciamo fatica un po’ a nostro modo, come scriveva, Tolstoj in Anna Karenina, che le famiglie felici si somigliano tutte, le infelici sono infelici ognuna modo proprio. Ecco, facciamo tutti fatica a nostro modo e capire che questo è un aspetto che ci unisce anziche divide, può essere auspicabile.

L’intervista è apparsa anche sul periodico ACLI , Battaglie Sociali, a questo link: https://www.battagliesociali.it/2021/07/07/le-parole-hanno-un-corpo/

Le immagini fotografiche sono di Man Ray

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