BIOGRAFIE RESISTENTI. Un progetto di ricerca e didattica con le storie di vita


IL MANDATO DI RICERCA.

Nel corso di quest’anno accademico, ho proposto agli/le studenti del corso di laurea in educatore professionale sanitario dell’Università Statale di Brescia dove insegno pedagogia sperimentale, un lavoro di ricerca qualitativa sul campo, in salotto, in cucina, in auto o dove capitava. Il progetto consisteva nell’intervistare una persona di propria conoscenza o utente dei servizi educativo-sociali del proprio territorio, che avesse vissuto una storia di vita fragile, critica, sofferente o dolorosa per comprendere ciò che è stato loro d’aiuto e le risorse impiegate nell’affrontare le avversità incontrate. Le eccezionali condizioni di retrizione dovute alla pandemia hanno conferito alla ricerca il particolare e singolare valore di una esperienza di cura reciproca, di riapertura e fuoriuscita seppur, simbolicamente, dalle angustie dei luoghi domestici, per avventurarsi nelle vite altrui.

LE DOMANDE DI RICERCA:

Cosa si apprende nel raccogliere una storia di vita?  Quali scoperte, emozioni, conquiste, apprendimenti per un futuro educatore/trice? Quali dimensioni relazionali  sono implicate nella ricerca? Per quali implicazioni educative, formative, etiche?

GLI OBIETTIVI:

– Raccogliere una storia di vita ‘difficile, resistente, resiliente’ intervistando un utente o una persona di propria conoscenza per farsi raccontare la sua storia di vita. ​
– Acquisire competenze  e apprendimenti pedagogici nella ricerca qualitativa e biografica; ​
-Prendersi cura della relazione e sviluppare riflessività ​ sulla intervista biografica come strumento e possibilità di cura e ricerca in educazione

LA METODOLOGIA ADOTTATA: ​

La ricerca è stata improntata all’approccio qualitativo , narrativo , biografico nella ricerca sociale. Operativamente  le indicazioni erano:   
– Trascrivere la storia ascoltata per ottenere una narrazione il più possibile congruente e coerente; ​
– Modificare eventualmente  i dati sensibili (cambiando nomi e  luoghi), ​
– Scegliere la modalità di registrazione: se utilizzare taccuino carta e penna, o registrare, o…Restituire alla persona intervistata la trascrizione della storia ottenuta.​

LE MODALITA’ DI CONTATTO:

Più che vere e proprie prescrizioni hanno avuto il significato di orientare l’incontro tra ricercatore e intervistato, lasciando un congruo margine di interpretazione e libertà sul mandato. Sono riassumibili in:

– Anticipare che si sarebbe trattato di un lavoro di ricerca per l’Università dedicato alla raccolta di  storie di vita e biografie ‘resistenti’,  ossia rivolta a persone che hanno attraversato particolari esperienza di sofferenza, criticità, dolore;
– Preparare una scaletta con tracce di domande​ per l’intervista;
– Definire tempi, luoghi, modalità per incontrarsi;
– Precisare che verrà rispettato l’anonimato modificando i dati sensibili;​
– Annunciare che la storia trascritta sarebbe stata ‘restituita’ alla persona intervistata​;
– Ringraziare della disponibilità , del tempo, dell’umanità ricevuta! 

La definizione a ‘maglie larghe’ dell’oggetto della ricerca si rifa alla definizione di storia di vita proposta da Merrill B. , West L. (2012, Apogeo) intesa come:

“Il racconto, solitamente secondo un criterio cronologico, delle vicende accadute ad una persona nell’arco della sua esistenza, in forma orale, scritta o attraverso immagini filmate.”

Qui di seguito riassumo in forma ragionata gli esiti, le esperienze, le emozioni, gli apprendimenti suscitati  negli/le studenti a partire dai loro report di ricerca.

FOCALIZZARE IL (S)OGGETTO DELLA RICERCA E' FOCALIZZARSI:

Le difficoltà da affrontare sono consistite nell’interpretare il compito di ricerca, definire la cornice  e le premesse per un incontro esplicitando: il/la possibile destinatario/a della ricerca, il luogo, le motivazioni all’intervista. Non è stato semplice anche circoscrivere il focus stessa della ricerca: cos’è una biografia ‘resistente’? chi o cosa la definisce? Che cosa cercarvi in particolare? All’epoca della pandemia ogni vita in realtà può essere infatti connotata in questo modo riconoscendoci in un comune momento di resilienza e sofferenza. La complessità e la criticità del momento che stiamo vivendo ha dunque inevitabilmente influito sul processo e sulla organizzazione della ricerca stessa. Nonostante le limitazioni e  vincoli imposte dalle restrizioni alla libertà molti studenti hanno optato per un incontro in presenza con la persona da intervistare preferendo un contatto corpo a corpo a quello attraverso lo schermo del pc. Questo approccio problematizzante e cauto che si interroga sui passi da compiere è però fondamentale per costruire dall’esperienza una propria metodologia e mettere a fuoco i passaggi successivi:

Elisa, Rachele, Giulia, Irene, Sonia esprimono in questo modo le loro perplessità e difficoltà nell’affrontare una simile ardua esperienza:

Il mandato di ricerca inizialmente mi ha demoralizzato, perché richiedeva l’incontro con un utente che però sapevo di non aver la possibilità di avere, perché il tirocinio di quest’anno lo sto svolgendo in remoto partecipando alle èquipe, quindi non sono ancora entrata in relazione con gli utenti e quello dell’anno scorso l’ho svolto con minori dei quali non mi è stato concesso conoscere la storia passata per motivi di privacy.  (Elisa)

Mentre svolgevo il lavoro di ricerca mi sono sentita un po’ in imbarazzo per alcune domande che avrei dovuto porre all’utente, in quanto private e avevo paura di invadere la sua sfera personale.  (Rachele)

Una difficoltà che ho riscontrato è stata proprio nel riuscire a gestire la situazione: mentre l’altro raccontava con scioltezza io mi sentivo male, come se mi avesse “gettato addosso” qualcosa più grande di me, ma allo stesso tempo mi sentivo bene perché pensavo che far parlare l’altro potesse essere ancora più curativo. (Giulia)

La principale difficoltà che ho incontrato è stata nell’indirizzare Luca nell’indirizzare il racconto. Ha una personalità molto forte e per questo molto spesso, non son riuscita a far prevalere le mie richieste. Da una parte mi ha fatto piacere che si sentisse libero di raccontarsi, dall’altra mi ha spiazzato nel vederlo così prepotente nel raccontare (Irene)

La difficoltà più grande è stata incanalare i vissuti, le esperienze, l’intera vita di una persona in parole (Sonia)

INCONTRARE UNA STORIA DI VITA E’ CELEBRARE LO STRAORDINARIO.

Ascoltare una storia di vita è un evento percepito come emozionante, straordinario e complesso. Ci si rede conto fin dall’inizio che serve attrezzarsi e non si può procedere ingenuamente perché le direzioni che potrebbe prendere il racconto sono imprevedibili e non facilmente governabili emotivamente.  Le domande che si pongono costituiscono possibili rotte verso il mare aperto, necessarie per non naufragare. Dice Valentina:

Ho scelto di iniziare l’intervista senza una linea di domande guida preimpostate, per dare modo all’altro di raccontarsi e darmi modo di capire quali domande mi suscitava la sua storia e solo successivamente ho guidato io il racconto in base a ciò che emergeva e mi interessava approfondire.

E Camilla  sottolinea:

 Inizialmente temevo che qualche domanda potesse infastidire l’interlocutore oppure suscitare tristezza, invece ha risposto alle mie domande sempre con un bel sorriso nonostante la vita con lei sia stata molto dura.  

Cercai di seguire la scaletta che mi ero preparata precedentemente, ma ben presto mi resi conto che era molto più efficace lasciarla libera di raccontare. Ne risultò un’intervista densa di contenuti e a tratti emozionante, in particolare un passaggio relativo al ricovero in psichiatria mi fece quasi commuovere. 

Noemi ed Enrico evidenziano i presupposti e le condizioni necessarie per ‘incontrarsi’:

Capisco e affronto la difficoltà nell’entrare come biografa in una storia e ciò non è ne semplice ne scontato: credo che serva essere legittimati a farlo e tale “autorizzazione” non deriva semplicemente da un accordo o una volontà esplicitata bensì da una relazione profonda per durata e intensità. (Noemi)

Il lavoro di ricerca svolto è stato molto lungo ed intenso.  

Proporre un’intervista autobiografica è stato difficile a causa dei meccanismi di difesa e la diffidenza adottati dall’intervistato, ma una volta superati questi ostacoli sono riuscito a creare un setting accogliente, non giudicante, in grado di agevolare una comunicazione fluida ed aperta (Enrico) 

Sofia percepisce l’evolvere del clima emotivo come facilitante la relazione:

Ho iniziato l’intervista con al sig.ra Laura sottoponendole delle domande semplici su lei stessa, alle quali ha risposto in modo breve e conciso. Successivamente, sentendosi sempre più a suo agio, non è stato più necessario farle domande perché ha iniziato a raccontarmi della sua vita con sempre più naturalezza.

Giulia accenna al fascino irresistibile che le storie suscitano

Questo lavoro di ricerca è stato molto interessante ed affascinante. Mi ha sempre incantato ascoltare le storie di vita delle persone soffermandomi non solo sulle loro parole ma anche sui loro movimenti, gesti.

RISONANZE DENTRO E FUORI: COSA ACCADE QUANDO SI ASCOLTA UNA STORIA DI VITA?

L’intervistatore non è e non può esser neutro a quanto ascolta. Vi prende parte emotivamente e fisicamente; la sua postura e le sue reazioni orientano il dialogo tramite piccoli movimenti interiori. Si tratta dunque di una interazione circolare, un delicato e vibrante dialogo che genera una danza reciproca, nella quale è bello e coinvolgente lasciarsi andare. Si può a tutti gli effetti parlare di ‘risonanze’ come di quel processo tramite il quale la storia dell’altro vibra con la nostra, facendola risuonare e viceversa, come menti che si accarezzano. Cosa accade in quei frangenti?

Sabrina da voce all’impatto che la storia udita ha avuto su di lei:

È stata in grado di portarmi con se in questo ripercorrere gli avvenimenti della sua vita, contagiandomi con la sua felicità quando parlava della sua famiglia e delle cose che le piacciono, con la malinconia quando parlava della sua giovinezza, con la sofferenza quando parlava dell’entrata in manicomio e delle cose che ha passato.  

Irene e Sabrina si riferiscono ad una progressiva legittimazione all’ascolto di una vita che si fa racconto come se questo desse al ricercatore il permesso di entrare in un luogo intimo, delicato, profondo:

Io ero abbastanza agitata perché non mi sentivo del tutto legittimata al suo racconto, ma dopo che ho percepito la sua tranquillità la situazione si è sciolta. (Irene)

Durante il nostro incontro A. ha raccontato tutta la sua storia, parola dopo parola, senza mai risparmiarsi, nemmeno quando l’attenzione si spostava sui momenti più negativi della sua vita. Ciò mi ha posto nella condizione di chiedermi se fossi legittimata ad ascoltare la sua storia personale, fatta di sentimenti intimi e profondi (Sabrina)

Per Giulia l’essere venuta  a contatto con il racconto vivo e concreto di fatti, circostanze coinvolge il corpo nella sua totalità, una esperienza quasi incontenibile:

Ammetto che mentre ascoltavo la storia mi sentivo la pelle gelida anche se dentro mi sentivo di fuoco, lo stomaco pieno, mi mancava quasi l’aria. L’emozione che questa storia mi ha fatto provare è qualcosa di troppo grande per riuscire a riportarla. (Giulia)

Agnese diventa man mano consapevole di partecipare ad una rivelazione che ‘apre gli occhi’  su mondi sconosciuti e prima percepiti come lontani ma che tramite il racconto si avvicinano progressivamente:

Nel suo italiano “straniero” ti narra la sua vita come stesse leggendo un libro, si sofferma su particolari e aneddoti che ti arrivano al cuore. Non tutto lo capisci al volo, non tanto per gli strafalcioni linguistici che ogni tanto saltano fuori, ma perché sono situazioni talmente lontane da noi (per noi intendo italiani) che fatichiamo a comprenderle. 

Nel narrare ti porta in un mondo completamente diverso da quello occidentale, ti fa aprire gli occhi. A tutti farebbe bene ascoltare una storia come questa. 

Anche Elisa allude ad una  progressiva risonanza emotiva come quell’esperienza che ci rende partecipi delle vite altrui:

Quando ci siamo incontrati in video, ci siamo presentati ed è stato proprio come se lo conoscessi già: non mostrava imbarazzo e non si è risparmiato nel raccontarci tutta la sua biografia, arricchendola di particolari facendo risuonare in me diverse emozioni come la felicità di quando era bambino e la tristezza quando ha raccontato del suo difficile  viaggio, sentimenti come l’amore che ha espresso mentre raccontava della sua fidanzata e la delusione legata a ciò che ha dovuto subire da altri esseri umani per il solo fatto di voler viaggiare(azione che noi europei possiamo eseguire senza sopraffazioni o vincoli). (Elisa)

Noemi esprime un coacervo di emozioni contrastanti e vitali cercando di dare senso al loro intrecciarsi dentro e fuori di sé:

La storia resiliente di M. fa emergere in me sentimenti contrastanti e oscillo tra l’angoscia e il terrore profondo riguardo ciò che le è capitato e serenità e speranza che i suoi occhi emettono (Noemi)

Rifletto come quei ricordi che attanagliano la sua mente e che di riflesso cerca di condividere ripetutamente, in modo anche martellante non solo per chi la ascolta ma per lei soprattutto, vengano accolti da chi le sta intorno ma, allo stesso tempo, respinti, stoppati, deviati, con l’aspettativa e la speranza che possano cessare anche nella sua mente. 

Nelle parole di Sabrina sembra che nella narrazione risieda uno “speciale potere” che riverbera su chi narra e su chi ascolta:

Una cosa che mi ha colpito è stata la facilità con cui raccontava, soprattutto i momenti negativi, trasmetteva le sue sensazioni sì, ma senza troppa fatica, quasi come se a forza di raccontare quella storia, l’avesse superata (una sorta di potere della narrazione). (Sabrina)

E MI ACCORGO...  : IL VALORE E IL SIGNIFICATO  DELL’ESPERIENZA

In cosa risiede il valore di una esperienza simile? Quali sono i significati, le ricadute, le utilità sperimentate in qualità di futuri educatori/trici?  Interrogarsi su questi aspetti conferisce al lavoro svolto, profondità di senso, apprendimento incarnato, orientamento per una progettualità futura. E’ anche il modo in cui ci si ri-appropria di un’esperienza sistematizzandola e dandole forma. Il sentimento che trapela è quello della gratitudine per aver attraversato insieme le intemperie dell’esistenza divenendo così più forti e attrezzati in quanto giovani uomini e donne, ad affrontarle. Lo si ritrova in questa polifonia di testimonianze:

Credo sia questo il senso più profondo dell’esperienza fatta: la reciprocità, lo scambio che intercorre tra una persona l’altra nel momento in cui una storia viene raccontata e vien data la possibilità di prendersene cura (Sonia)

Penso che quando una persona riesce a dar voce a ciò che ha passato in un momento buio, riesce a parlarti di quanto accaduto per lei sia una vittoria perché, forse, solo quando si è pronti a svelare il proprio segreto vuol dire che si è riusciti a passare oltre, a lasciarsi alle spalle ciò che è stato (pur sempre ricordandolo), si è pronti a pensare a quanto di bello la vita può ancora dare. Queste storie lasciano un segno, un segno indelebile. (Giulia)

Emerge così il lavoro mentale del biografo che si interfaccia con problematiche non pratiche ma oserei dire etiche e con i propri sentimenti, emozioni e risonanze. Essere in una relazione di cura significa quindi avere a che fare con questa molteplicità di dimensioni: io, le mie emozioni, le mie domande, i misi significati e l’altro con altrettanti aspetti. L’educatore però non è passivo davanti a ciò ma ricercatore attivo di significati che possano aiutare l’altro a dare le sue interpretazioni, entrare meglio nella sua storia e magari, perché no, riuscire a guardarla diversamente, con luce e sfumature arricchenti.  (Noemi)

E mi accorgo che forse il grazie più grande glielo devo io, per avermi chiesto di partecipare all’intervista, per avermi lasciato scoprire la sua storia…e per molto altro ancora…  (Agnese)

Mi sono sentito come un antropologo su Marte che si avvicina in punta di piedi per studiare una nuova civiltà, avvolto da sensazioni di timore per gli errori che avrei potuto compiere ma allo stesso tempo mosso da un sentimento di curiosità e di voglia di scoprire. (Enrico)

Tant’è che alla fine del lavoro mi ha ringraziata perché, attraverso un compito dell’università, ha avuto la possibilità di ripercorrere passo per passo, tutta la sua vita e questa l’ha aiutata a rivedere alcuni avvenimenti con una coscienza maggiore (Sofia)

Sofia alla fine dell’intervista mi ha ringraziato tantissimo per questo momento di confidenza come se si fosse tolta un peso, qualcosa che volesse raccontare da molto, ma sono io che non ringrazierò mai abbastanza lei per quello che ha fatto per me (Aurora)

Questo tempo passato con lei mi ha lasciato molte emozioni e mi ha fatto sentire in qualche modo di voler custodire la sua storia, di essere responsabile di ciò che aveva condiviso con me. In questo incontro di influenze l’una sull’altra, è emersa una reciprocità fatta di sentimenti, espressioni ed emozioni dinamiche, in movimento. (Sabrina)

Sembra quasi un controsenso che sia stata lei a ringraziarmi per prima, avrei dovuto farlo io data l’opportunità che mi ha dato, ma allo stesso tempo sono contenta di aver soddisfatto il desiderio di essere ascoltata, anche se per poco tempo da qualcuno.  (Camilla)

Atkinson R.

West L., Merrill B.

L’intervista narrativa

Metodi biografici per la ricerca sociale

Raffaello Cortina, 2002

Apogeo, 2012

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