L’EMOZIONE DI EDUCARE. BUONE PRATICHE, SAPERI SILENTI, PICCOLE RIVOLUZIONI.


Presentazione del percorso di ricerca-azione rivolto ad insegnanti della scuola dell’infanzia

Al convegno dell’Associazione Proteo Fare Sapere tenutosi a Brescia il 30 aprile 2022 dal titolo PROSPETTIVE DELLO 0-6 ho presentato la ricerca-azione “L’emozione di educare. Buone pratiche, saperi silenti, piccole rivoluzioni‘ rivolta a insegnanti della scuola dell’infanzia della Lombardia e si terrà on line a partire dal mese di Settembre 2022.

Le/gli insegnanti che fossero interessati/e e per conoscere le modalità di iscrizione e il calendario, possono contattare l’Ass.Proteo Fare Sapere al sito http://www.http://www.proteobrescia.it/

Ecco il testo del mio intervento:

Buongiorno a tutti/e!

per presentare brevemente il percorso di ricerca e formazione che animerò, vorrei rievocare due maestri per me emozionanti. Il primo è il maestro Piero. lo ebbi come insegnante alle elementari,  se non ricordo male in prima, ormai molti anni fa. Il maestro Piero era un signore magro e alto, molto paziente. Credo non fosse sposato, veniva da Sabbio Chiese in provincia di Brescia, tutti i giorni e si faceva un sacco di kilometri. Vestiva un po’ dimesso. Portava completi sdruciti e cravatte lasche. Erano gli anni ’60. Per me fu soprattutto un maestro dell’osservazione e della meraviglia. Uno che ci raccontava storie impersonandole e facendo le voci dei personaggi, una specie di teatrino al quale assistevamo disponendoci in cerchio nella nostra aula.  Ricordo la sua voce calda e partecipe nell’ora delle storie che tutti aspettavamo con trepidazione. All’inizio della mattinata e talvolta al termine. Per salutarci.

Per il maestro Piero la vita quotidiana era una occasione di  conoscenza e apprendimento: bastava guardarsi intorno, diceva. Inventava proposte didattiche nelle quali la curiosità per il mondo era il motore che attivava curiosità e  passione per la conoscenza.

Ricordo che quando uscivamo in cortile ci faceva sedere attorno ad un albero e ci invitava ad osservare la sua forma, il movimento quando il vento ne lambiva la chioma e il rumore quasi impercettibile che emettevano le sue fronde. Oppure a cercare la presenza di un nido tra i rami e quale fosse la traiettoria che facevano gli uccelli quando andavano e tornavano per sfamare i piccoli, facendocela tracciare nel cielo con le mani. Quando ognuno di noi aveva condiviso quel che lo aveva colpito, ci poneva delle domande bizzarre e intriganti del tipo: cosa vuol dire osservare? E capire? E imparare? E: perché ognuno di noi vede cose diverse? Ogni risposta era considerata bella e interessante e lui ne prendeva nota. Perfino quelle più strambe. Anche gli errori, gli strafalcioni, le parole sgrammaticate. Un po’ come il maestro Gianni (Rodari) che diceva che un errore è solo il titolo di una storia. Poi Piero le raccoglieva in un librino che diventava il quaderno degli scienziati. Uno per ogni stagione.

In questo modo imparavamo molte cose: ad elaborare teorie anche molto raffinate sulla conoscenza; ad abituarci a condividere i nostri pensieri ed esserne responsabili; a formulare ipotesi sul funzionamento del mondo; ad acquisire fiducia in noi stessi , ad amare le  storie, ad ascoltarsi, a raccontare; a farci nuove e belle domande.

E alla fine faceva una cosa che fanno anche gli scienziati: ci faceva immaginare. Adesso tanti insegnanti lo fanno ma a quel tempo era un po’ bizzarro. Tirava fuori i colori e ci chiedeva: e se tu fossi un albero…come saresti? Disegnati! Questo era un passaggio meraviglioso, noi ci si divertiva un sacco a diventare alberi. Io l’ho capito solo dopo molti anni cosa succedeva, al momento mi piaceva e basta. E’ che quando ti immagini un albero, cominci a pensare in un altro modo. Ad esempio trovi somiglianze e analogie sorprendenti, scopri che ci sono intelligenze non umane, si compiono salti logici tra ragione ed emozione e tra logica e fantastica. il pensiero si muove lateralmente,  non solo in verticale come nel sillogismo di aristotele.  Si compie  un’eresia, che poi significa uscire dal seminato.  Le scoperte scientifiche avvengono così, quando il pensiero esce dai binari soliti e si avventura in direzioni mai percorse prima. Gli scienziati sono sempre eretici. Come molti bambini e bambine che conosciamo!

Un maestro come Piero non l’ho più avuto, ma l’ho cercato per tutta la vita.

Finchè quando ero ormai adulto, dopo l’Università, in un corso di specializzazione, ho incontrato Laura. Laura era, anzi è, una epistemologa genetica. Una scienziata che studia come nasce, evolve, si sviluppa l’intelligenza, quali movimenti fa, quali passaggi, quali le condizioni che facilitano l’apprendimento o lo inibiscono, eccetera. Il suo modo di insegnare consisteva nel farci domande in modo affettuoso. Le più spiazzanti e bizzarre, come faceva il maestro Piero. Domande che costringevano noi adulti a pensare anzi a ri-pensare a noi e al nostro lavoro. Qualcuna era così strana che quando ce la faceva non sapevamo se scoppiare a ridere o preoccuparci. Del tipo: perché lo specchio inverte la destra con la sinistra e non l’alto col basso? E’ meglio imparare o disimparare? Perché?  Come ti è venuta questa idea? Sapresti ricostruire come hai fatto a trovare questa soluzione o a fare questa cosa? Secondo te l’intelligenza si impara? Come? Da chi? Laura era soprattutto una maestra che ci accudiva e sosteneva mentre pensavamo, si prendeva cura del nostro modo di pensare e agire come insegnanti e ci invitava a trasformare l’esperienza in teoria e viceversa. E A dargli una forma. Lo faceva invitandoci a raccontarla, a scriverla. Partendo dagli eventi più concreti e quotidiani e dalla nostra pratica.   e così ho scoperto che la mia biografia sia personale che professionale, c’entrava eccome col mio modo di insegnare  e imparare, anzi ne era incarnata.  Ogni sapere del resto è biograficamente fondato. Avevo un mucchio di teorie che neppure sapevo di avere. Che Laura chiamava pregiudizi. Solo che nessuno me lo aveva mai chiesto! Scrivendolo  ci rendevamo conto della complessità del nostro lavoro, delle scelte che facevamo di continuo, di come la nostra didattica fosse legata a premesse, convinzioni, valori, incontri che hanno lasciato un segno. A quali fossero i suoi limiti e ad essere più creativi.

Quando riesci a fare una cosa del genere, cioè a costruire una teoria soddisfacente sul tuo lavoro, succede una cosa bellissima: lo fa diventare molto importante, gli da valore, lo rende comprensibile e comunicabile. Siccome insegnare è come sappiamo, molto logorante e faticoso,  ritrovare la bellezza e il valore in quel che facciamo diventa un antidoto al burn out.

Così proseguivamo a fare le cose di prima ma sapevamo perchè! E questo le cambiava, soprattutto ci cambiava. Anche Laura ci invitava a trovare molte metafore per ricostruire l’esperienza. Metafora significa ‘portare attraverso’. I bus in Grecia si chiamano metafore e non è una metafora!  Il linguaggio della prosa è meraviglioso ma tende a fermare ciò che si muove invece in continuazione, come le idee, le emozioni, il corpo, le relazioni, i sentimenti. Ad esempio quando abusiamo del verbo essere e diciamo: lui/lei è… io sono… quella cosa è, … ecc. bisognerebbe pensare: ‘momentaneamente è così…’ o ‘mi sembra che sia così’. Quando si impiegano metafore tutto invece si rimette in movimento. Le conoscenze, i presupposti, i concetti, le teorie. come se fossero organismi viventi, e infatti lo sono perché sono invenzioni che ideiamo per capire il mondo. Ad esempio: ‘educare’ che significa condurre fuori: a cosa assomiglia il (meraviglioso)luogo nel quale vorremmo condurre gli studenti e noi stessi? ad un bosco, al fondo del mare, ad un sentiero di montagna, ad una nave, ad un filo sospeso nel vuoto?  

A cosa somiglia la nostra idea di educazione?

Trovo che sia un bellissimo modo per dargli concretezza,  per approssimazione. Laura citava spesso Isadora Duncan che era una straordinaria danzatrice dei primi del ‘900, che a proposito della sua arte diceva: se sapessi cosa significa non avrei bisogno di danzarlo! Cioè: uno può spiegarti per tutta la vita cos’è la danza ma danzare è un’altra cosa! Il corpo conosce cose che la mente non sa. Allora ci invitava a fare un passaggio molto divertente e imbarazzante ad es. per spiegarci Piaget: dopo aver ragionato sui ‘movimenti’ della mente che si compiono quando si conosce, del tipo: selezionare, concretizzare, distinguere, connettere, confrontare, ecc. ci chiedeva : ma se fossero movimenti del corpo come sarebbero? E così finivamo danzando la mente che impara! Che oltretutto è un concetto della fisica quantistica e delle neuroscienze: in quanto osservatori siamo sempre implicati in ciò che osserviamo in una ecologia complessa, tutto è perennemente in movimento e più che avere a che fare con la materia, siamo circondati da energia. Come si fa a capirlo con un linguaggio che ferma ciò che si muove? Cose del tipo: il corpo da una parte e la ragione dall’altra non esistono e bisognerebbe scriverlo tutto attaccato: “corpomente” come fa una mia collega, Silvia Luraschi che insegna all’Università di Milano Bicocca, che ha scritto un libro di recente intitolato proprio così: La pedagogia del corpomente. Insomma con Laura ci si divertiva molto! Mi son sempre chiesto dove va a finire il divertimento e l’entusiasmo che i bambini e le bambine dell’infanzia provano nell’andare  a scuola e come mai si affievolisca progressivamente man mano si prosegua  fino ad arrivare alle forme di disaffezione o abbandono che ben conosciamo. Parafrasando alcuni degli interventi che mi hanno preceduto : cosa ha da insegnare la scuola dell’infanzia all’università?

Forse dovremmo togliere quello spazio che divide ‘corpo’ da ‘mente’ da ‘emozioni’ e che rischia a volte di diventare una voragine. E riscriverlo tutto attaccato.

Ecco, per farla breve: in questo percorso di forma-azione che inizierà da settembre 2022,  dal titolo L’emozione di educare. Buone pratiche, saperi silenti, piccole rivoluzioni’ che si svolgerà on line per una durata di circa 8-10 incontri, proveremo a farci molte domande sul lavoro prezioso, ma spesso silente cioè che non viene visto, nella scuola dell’infanzia. raccontando la nostra esperienza e le nostre pratiche educative con i bambini e le bambine, portando materiali ed esempi. Perché come dice Franco Lorenzoni, un altro maestro che mi emoziona, i bambini pensano grande! L’obiettivo è anche quella di scriverne del nostro lavoro, di documentare e farne magari una pubblicazione che ne racconti la complessità e la bellezza , usando il gruppo come una comunità  riflessiva e ricerca sulle buone pratiche.

GLI OBIETTIVI  DEL PERCORSO:

  • Teorizzare ciò che si fa per apprendere dalla propria esperienza didattica ed educativa;
  • Porre attenzione sulla cura della relazione educativa come competenza transdisciplinare;
  • Coniugare linguaggi biografici, scientifici ed estetici nella relazione didattica  ed educativa;
  • Fare memoria e narrare la complessità dell’esperienza didattica tra relazioni, emozioni, saperi, corpi, spazi tramite la scrittura  d’esperienza tramite l’autobiografia professionale;
  • Sviluppare (auto)riflessività sugli impliciti pedagogici che orientano la relazione di insegnamento-apprendimento;
  • Realizzare un documento finale in cui raccogliere le buone pratiche per un possibile progetto editoriale

Vorrei concludere con una immagine bella e straziante.

E’ una immagine che mi colpisce sempre e purtroppo molto attuale: i bambini nei luoghi di guerra, nei campi profughi, nella desolazione e nella sofferenza più profonda e devastante, giocano. (questa immagine è presa in un dormitorio in Polonia tra i rifugiati in fuga dalla guerra in Ucraina)Perché lo fanno? Non si rendono conto? Sono inconsapevoli e incoscienti? come diceva, J.Huizinga, “l’uomo è propriamente umano quando gioca” (J.Huizinga, Homo ludens, Einaudi, 2002). Giocare, in guerra è spostare il tempo in un luogo in cui lo strazio e la morte fanno meno paura, è aggrapparsi a quello che resta nonostante non ci sia più nulla. E’ essere propriamente umani, è una strategia di resilienza sull’orlo dell’abisso, un’eresia.

E’ provare a fare ciò a cui  Italo Calvino invitava : “cercare nell’inferno ciò che inferno non è e farlo durare e dargli spazio”. (I.Calvino “Le città invisibili”, Einaudi, 1972).  Nei nostri incontri proveremo anche a giocare, e sarà bello. Come divenire un albero! Grazie.

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